2006

Capovilla e RhumRhum

Il racconto di Luca Gargano

 

“Sono andato la prima volta nelle Antille nel 1975; non c’erano ancora i jumbo, la televisione 24 ore al giorno e il turismo di massa. Avevo vent’anni. Il vento tra le palme, il canto dei grilli, la beguine, la cucina creole, il T-punch, e diciamolo pure, la bellezza delle ragazze antillesi, le più belle dei Caraibi,
si sono impressi come un tatuaggio nel mio cuore, segnando la mia esperienza lavorativa.
Un cambio generazionale.
Dalle brume delle Highlands e dai pot stills scozzesi alle spiagge orlate di cocotiers e alle “colonnes creoles” delle Antille.
In trent’anni ho assistito all’invasione del turismo di massa, alla scomparsa costante della canna da zucchero, e alla chiusura di tante distillerie.
E sempre più forte mi è venuta voglia di produrre un grande rhum, un rhum di una volta, distillato a ripasso negli alambicchi Père Labat, che nel 2100 potesse dare le stesse sensazioni che ho provato io scoprendo negli anni ’90, in un piccolo magazzino a Saint Rose, il rhum St. James 1865, imbottigliato a Bordeaux nel 1952.
Un’ idea, forse più che un’ idea, un sogno, un impulso poco dettagliato che covava sotto le braci, e che ha cominciato a definirsi quando sono arrivato la prima volta, alla fine del secolo scorso, a Marie Galante.
Avevo un fine settimana libero, durante una mia visita estiva per preparare un programma televisivo sul mondo del rhum, e volevo passarlo in un’ isola, che non fosse aggredita dalla globalizzazione.
Una mia amica di Point-à-Pitre mi consiglia Marie Galante.
L’arrivo con il traghetto a Saint Louis mi ha subito fatto tornare indietro nel tempo. Un piccolo paesino con le “cases“ coloniali di legno, i ristorantini a conduzione familiare.
Un ritmo di altri tempi, i buoi, i piccoli appezzamenti agricoli, nessuna costruzione oltre i due piani, pochissime auto e tre distillerie.
Conosco Dominique Thierry, il patron della distillerie Bielle, il simbolo del rhum a Marie Galante.

Un rhum ancora a 59°, come era in tutte le Antille sino agli anni ‘70, ideale per il T-punch; l’idea comincia
a concretizzarsi, pur rimanendo vaga.
Il destino non è casualità. Fabio Luglio, grande gourmet, viene a lavorare alla Velier. Ha abitato per 15 anni a Bassano del Grappa, città natale di Gianni Vittorio Capovilla. “Luca devi conoscerlo, è il migliore distillatore del mondo, produce dei distillati di frutta incredibili. È un produttore da Velier”. Queste parole di Fabio mi dettero la stessa sensazione di quando un amico ti parla la prima volta di quella che sarà tua moglie; una sensazione a cui non puoi sottrarti. Inizia il corteggiamento.
Parliamo più volte al telefono, visito la distilleria, un gioiello unico, degusto i prodotti che possono essere frutto solo di un visionario. E’ amore a prima vista. Onestamente non so come mi sia venuto il coraggio di proporre a Gianni una produzione di rhum a Marie Galante, ma soprattutto non capirò mai come Gianni abbia accettato: uomo impegnatissimo perché artigiano, e perché insegue un quintale di frutta selvatica ovunque sia; uomo apparentemente lontano dalle palme e dai tropici, lui, veneto dalla punta dei piedi alla radice dei capelli, amante delle serate conviviali, tra bolliti e ombre de vin. Nel 2005 andiamo, con la scusa di una vacanza, al sole tropicale di Marie Galante. Dominique e Gianni si conoscono. Sul deck di mogano, ai bordi della piscina di Dominique, si inizia a parlare bevendo T-punch. È un fitto dialogo tra due distillatori con mentalità e background diversissimi, che però si capiscono e iniziano ad apprezzarsi. Il giorno dopo si va a pesca. Apnea con il fucile. Non lo sapevo, ma Gianni è un provetto sub, e comincia a divertirsi. Alla sera, la ciliegina sulla torta. In una stamberga alle porte di Grand-Bourg, andiamo a mangiare il “chaudage”, il bollito di Marie Galante,preparato con il maiale -i grandi maialoni neri che si cibano di manghi e noci di cocco- e il toro, animali che dopo aver tirato
le cabrouettes cariche di canna da zucchero sino a dieci anni, vengono premiati con due anni di riposo, e poi macellati. Un piatto squisito, impensabile nei Caraibi.
Gianni è conquistato.

E così è iniziata l’avventura.”